Chiare, fresche, dolci acque (di Ernesto Giacomino)

Lo so. Parlare del fiume Tusciano, per un redattore di Battipaglia, è un po’ come pescare notizie nel torbido del Medio Oriente, o tra i pettegolezzi dei reali d’Inghilterra. Vai lì, frughi un po’ ed esce la notizia. Missili terra-aria, nel peggiore dei casi; un nitrito di Camilla Parker, nel migliore.

Eppure. Le ultime amministrative il Tusciano lo hanno visto protagonista: chi voleva bonificarlo, chi farci un parco, chi realizzarci un nuovo idroscalo con spiagge attrezzate in stile “estate a Milano” (sottotitolo: per i pochi sfigati che non hanno di che attrezzarsi per raggiungere la riviera ligure).
A ogni denuncia d’inquinamento o contaminazione è salito in cattedra l’amministratore pubblico di turno che ha promesso bonifiche e controlli e sanzioni da Guinness dei Primati. Salvo, poi, lasciare il tutto così com’è e dedicarsi a tutt’altro.

Ebbene sì: nonostante le buone (?) intenzioni il Tusciano è tuttora una cloaca, ed è sotto gli occhi di tutti. Si può soprassedere sul fatto che sia ormai prosciugato, un filo d’acqua in un greto di detriti, se non altro perché viene comodo urlare sulle ruberie della centrale Enel di Olevano e indotto annesso. Arriva qui già striminzito, poco da farci. Ma arrivasse almeno pulito, di certo sarebbe tutt’altra cosa. Quello che invece attraversa Battipaglia, per quei sette-otto chilometri prima d’andare a insozzare il Tirreno, continua a essere un liquido verdognolo da calderone di fattucchiera. Miasmi, bolle, schiuma. Melma. Elementi indefiniti e indefinibili: a volerne prelevare un campione per farlo analizzare, ci sarebbe da testare prima la tenuta del bicchiere.

Storia vecchia, si dirà. Questioni ambigue, tra il detto e il non detto, mai effettivamente denunciate e mai effettivamente chiarite. L’acqua non-acqua che trapassa e avvelena la città, ma ormai accettata e digerita perché parte integrante del folclore locale.
Quello che finora non ci si aspettava di vedere, però, era l’utilizzo collaterale che i cari concittadini sono riusciti a fare del fiume (rigagnolo) nostrano. Una bella, sana, frastagliata discarica di rifiuti più o meno ingombranti. Si parte da via Olevano per arrivare in zona Stella: ogni argine, insenatura, anfratto viene utile per depositarci – comodo, inamovibile e indisturbato – qualunque oggetto avanzi dalle pulizie domestiche. Si va dai classici materassi ai calcinacci da ristrutturazione, passando per telai di biciclette e bustoni sigillati ripieni dell’inimmaginabile. Un piccolo varco da un ponticello della villa Comunale di via Domodossola funge ormai da trampolino di lancio per sversarci l’inverosimile: tra le new entry dell’ultim’ora, un ventilatore con tanto di piantana e pannelli di truciolato avanzati da chissà quale complicata restaurazione di mobilio. Disarmante la facilità, in questo caso, con cui gli imbrattatori riescono a eludere i controlli del guardiano all’ingresso della villa: attento a redarguire chiunque, lui, persino anziani di passaggio col cagnolino in grembo, ma particolarmente distratto nel non notare gente che s’accomoda tra i giardini con elettrodomestici scassati e bustoni d’immondizia.

In ciò, è ovvio, arrivano i manifesti del Sindaco che si complimenta con la cittadinanza per il senso di responsabilità mostrato nell’avvio della raccolta porta a porta: e abbiamo risparmiato di qua, differenziato di là, smaltito di altrove.
E beh. Se il sistema di “conferimento” è anche questo, per carità: diteglielo voi – se vi ascolta – che gli sta sfuggendo qualcosa.

Ernesto Giacomino

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