Centri d’accoglienza: pregiudizi, regole e buoni esempi

Migranti-italiani
Scoppia il “caso immigrati” a Battipaglia.
Nelle ultime due settimane, dalle piazze ai social network, così come accade quando la nazionale di calcio partecipa a qualche competizione, tutti si calano nel ruolo di Commissario Tecnico o di Prefetto, assumendo posizioni che vanno dal celeberrimo “aiutiamoli a casa loro”, fino al più critico “il Comune ci vuole far invadere”, passando per il cult “prima gli italiani”.
Tutto questo putiferio si è scatenato dopo la diffusione della notizia che circa 120 “immigrati” sarebbero stati accolti al residence Ro.Do.Pa. di Battipaglia. Visto lo spunto offerto dalla cronaca, tentiamo di dare un contributo al dibattito pubblico, provando a fare chiarezza sull’attuale gestione del fenomeno, concentrandoci sul sistema di accoglienza italiano.
La prima considerazione da fare riguarda la precisione terminologica che in questo ambito risulta essere fortemente sostanziale. Parlare di “migranti” infatti, e non di “immigrati”, rende maggiormente l’idea di persone alla ricerca di una sistemazione stabile. Il fenomeno migratorio infatti, soprattutto quello relativo agli ultimi anni, rappresenta una fuga da un luogo e non il viaggio verso un luogo, ecco perché il termine “immigrato” diviene sostanzialmente improprio, generando disinformazione. Generalmente sono due le tipologie di centri di accoglienza configurabili nella nostra città: i CTP (Centro di Temporanea Permanenza) che accolgono in prima fase per una durata che va dai 6 ai 9 mesi i migranti che fanno richiesta di protezione internazionale in attesa di giudizio, e gli SPRAR (Sistemi di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) che costituiscono una rete di centri di cosiddetta seconda accoglienza, per coloro che ricevono la protezione richiesta in prima fase. La prefettura può individuare questi centri su proposta comunale, nel caso di immobili pubblici, oppure avviando procedure di gara cui possono presentare partecipare persone giuridiche che abbiano nei propri fini istituzionali l’attività di accoglienza alla persona.
Nel caso specifico dei CTP, ai vincitori della gara verrà corrisposto, direttamente dalla Prefettura di Salerno, un importo massimo di 35 euro al giorno per ogni migrante accolto. Con la somma stabilita vengono coperte le spese obbligatorie di: servizi di gestione amministrativa-burocratica, servizi sanitari di base, servizi di assistenza generica ed igienica della persona, servizi di pulizia e igiene ambientale e fornitura di pasti e di beni di prima necessità (abiti, generi per l’igiene personale, etc). Oltre a questi, i centri devono garantire sistemi di sostegno psicologico ed integrazione atti al recupero psico-fisico delle persone accolte, tramite la messa a disposizione di psicologi e mediatori linguistici e culturali.
È doveroso precisare quello che mai si dice pubblicamente: gli unici sostegni economici gestiti direttamente dai migranti consistono in una ricarica telefonica di 15 euro consegnata all’arrivo nei centri e in un pocket money giornaliero di 2 euro. Risulta chiaro a questo punto che tale gestione, quasi esclusivamente a cura di italiani, risulta essere teoricamente atta ad accogliere nel miglior modo possibile persone che hanno avuto la sfortuna di nascere in luoghi meno agiati della nostra città, e che tanto astio nei loro confronti appare ingiustificato oltre che ingiusto. Per onestà intellettuale però, è giusto rilevare che in alcuni deprecabili casi i centri diventano l’occasione per lucrare sulle disgrazie altrui, sfruttando la disattenzione della prefettura nei controlli alle strutture, dovuta al continuo stato d’emergenza.
Ma tanti sono gli esempi virtuosi, come il caso della comunità alloggio Obiettivo Futuro di Battipaglia
«Noi proviamo con fatica e dedizione a far sì che le persone accolte vengano riconosciute per ciò che sono: individui che rappresentano una risorsa culturale ed umana per tutti noi» dichiarano Manuela Scarpinati e Annachiara D’Ambrosio, responsabili della comunità che ospita minori stranieri e italiani dai 13 ai 18 anni; e aggiungono: «Le comunità o i centri di accoglienza si occupano di garantire agli accolti un processo di regolarizzazione che, dopo l’identificazione di ognuno, culmina nel permesso di soggiorno. Ma questo non basta a garantire l’integrazione se non c’è la partecipazione attiva di tutta la cittadinanza; questi ragazzi hanno bisogno di tutti noi, meritano una possibilità, meritano di essere messi alla prova, non scontano nessuna pena quindi non devono essere isolati».

Nella foto: Migranti italiani a Ellis Island, primi del ‘900 (Ellis Island Immigration Museum)

29 luglio 2016 – © Riproduzione riservata
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