“C’è Gigi?”

Se proprio devo ricordare un tempo in cui a Battipaglia c’era ancora poesia mi vengono in mente i portoni senza citofoni. No, e mica a inizio secolo o nel dopoguerra: fino a un trentennio fa, più o meno. Quando anche nelle zone nuove, in pieno restyling edilizio, tra palazzi di vetroresina e tentativi abortiti di grattacieli (ne uscivano al più degli ammicca-nuvole o degli sfiora-rondini, in realtà), non era raro svoltare per vicoli e trovarsi di colpo in queste atmosfere medievali stile casbah o Barrio Gotico.
La prerogativa dei portoni senza citofono era che fossero rigorosamente almeno tre metri per quattro, in legno massiccio, con ante smuovibili solo dagli Avengers in formazione plenaria, cosicché gli abitanti optassero quasi sempre per lasciarle completamente spalancate, a prova d’ernia e strappi muscolari. E sia chiaro che non parliamo solo di case isolate e stabili a uno, massimo due livelli: il fenomeno riguardava anche palazzi imponenti, fino a sei piani, per lo più retaggio d’una concezione littoria dell’architettura che aveva tardivamente contaminato anche alcuni costruttori post-bellici. Forme importanti ma penuria di sostanza, dunque: tant’è che fino agli ultimi anni ’80 parecchi di questi erano rimasti sprovvisti di ascensore, di allacci alla rete gas e di qualunque impianto civile oltre quello elettrico e idrico.
Quindi: il citofono, si diceva. Chi non c’è passato non può capire, il grosso del mondo moderno è da mezzo secolo che va sotto casa di qualcuno, preme un pulsante, gli arriva un “chi è?” a volume umano, quello risponde con eguale serenità, aspetta lo scatto del portone e sale. Anzi, con la diffusione del videocitofono non c’è più nemmeno bisogno di parlarsi, ti vedo e ti studio e se mi garbi ti accolgo. Altrimenti, sparisci.
Noi, i senzacitofono, no. Ci chiamavano dabbasso, a voce o coi fischi. O col clacson. Per decenni siamo stati costretti a vivere con l’orecchio teso alla strada, a tenere al minimo il volume di radio e televisore, a farci la pennica sul divano anziché nel letto perché il soggiorno era acusticamente più performante. Scomodità a parte, peraltro, siamo tutti cresciuti con una fisiologica privazione della privacy che ci ha segnati a vita: arrivava il postino, urlava il tuo cognome fin da un centinaio di metri prima, s’affacciava tua madre per dire di lasciare nel portone ma lui sadico sventolava raccomandata e blocchetto col ghigno malefico: “no, no, signo’: dovete firmare”. E tutti i condomini, i dirimpettai, gli abitanti del vicolo in generale organizzavano la riffa del giorno nell’antro di qualche portone: fate il vostro gioco, rien ne va plus, era un’assicurata, una multa o una citazione?
In realtà questo è per dire che comunque, quando volevi, le persone le cercavi e le trovavi. E quelle, dall’altro lato, ci si mettevano d’impegno per farsi volere, cercare e trovare.
Adesso, fateci caso, i citofoni servono a trillare a vuoto e consentirci di fingere di non essere in casa. Scegliamo i telefoni che meglio ci permettono di bloccare numeri, silenziare gli squilli, rifiutare chiamate.
Una smania di solitudine, insomma, che lentamente ci condanna al silenzio. Fortunati noi, allora, che almeno abbiamo urlato.

Ernesto Giacomino

31 maggio 2019 – © Riproduzione riservata

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