Caffè corretto

Se ci mettessero insieme, tutti noi che ciclicamente usciamo dallo studio d’un medico curante dopo una misurazione di pressione, una lettura delle analisi, un ausculto generale, saremmo un esercito. Un’armata di smorti e avviliti perché il dottore – per l’ennesima volta – ci ha appena vietato tutto, sale, zucchero, grassi, magri, lieviti, alcolici, tabacco, caffeina, bibite, ché ormai qualunque vizio, sfizio, alimento pare sostituibile con i canonici due litri d’acqua al giorno e camminate a passo svelto. Magari inframmezzati da qualche boccata d’aria da respirare, ma non troppo, il giusto per ossigenare il tutto.
Ecco: noi in quei primi dieci minuti, appena usciti, facciamo tutti quel primo gesto là: andiamo al bar. Per evadere, per non pensarci, per scacciare per qualche minuto quel rientro alla dispensa di casa o al distributore di merendine al lavoro che ci costringerà a provare, per l’ennesima volta nella vita, a non ingurgitare di tutto senza prima aver dato un occhio all’incarto per sapere delle calorie, dei sali aggiunti, degli zuccheri extra, del tipo d’olio, dei conservanti e lubrificanti.
Andiamo al bar ma sappiamo di non poter consumare niente, che è tutto dannoso, tossico, vietato. Ordiniamo roba tipo acqua di rubinetto con una schizzata di polvere del bancone, o un composée di briciole dalla guantiera dei rococò, un aperitivo dietetico a base di pasticche della lavastoviglie.
Perché paiono poco attrezzati, i bar nostrani, ad accogliere noi esiliati dal regno dell’alimentazione normale. Peggio: pur se con qualche lodevole eccezione, il grosso di loro ha tentennato anche nell’adeguarsi a fenomeni ben più massivi ed epocali come le intolleranze o la filosofia vegan, scoprendo con colpevole ritardo rispetto alla media nazionale gli alimenti gluten free, il latte di soia, la pasticceria a base esclusivamente vegetale.
Guardate, giovani, che se per noi è un’esigenza di salute, per voi è un’occasione di business. E non c’è niente di male, niente di deontologicamente scorretto, a guadagnare qualche centesimo in più diversificando l’offerta tra clienti sani e altri un po’ meno. Non potremmo che pagare e ringraziare.
Certo, in questa fase d’approccio il mio è essenzialmente un discorso a metà tra scherzo ed esempio, ma magari è di spunto per una riflessione, nel merito, più attenta. Personalmente, per dire, spenderei il doppio di quanto non spenda in caffè, se solo trovassi più frequentemente bar in grado di servire un decaffeinato decente, diverso da quel brodo tirato fuori col cialdino liofilizzato nella macchinetta automatica. E, come me, altri. Decine, centinaia. Non sono soldi persi?
Intuito, rischio, disponibilità. Vale per i bar, per gli altri negozi, per il commercio in generale. Oggi si soffre la concorrenza dei centri commerciali, ma non si consente al cliente di saldare con la carta di credito per evitare l’addebito di commissioni. Si maledice il megastore con più assortimento, ma si reputa sconveniente pagare un corriere espresso per avere quella taglia o quel colore richiestissimo che manca.
Mi trovate con voi: viva gli esercizi di vicinato. Ma io sono pigro, e metto sempre in conto il risparmio psicologico del mancato spostamento. Altri no: sono spietati. Quindi questo Natale, affinché siano più buoni, metteteci del vostro. 

Ernesto Giacomino

20 dicembre 2019 – © Riproduzione riservata

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