All’ombra della pergola

Si era svegliata presto e, paziente, aveva aspettato che la notte cedesse il posto al giorno. L’aria era gonfia di pioggia e il sole era nascosto da nuvole grigiastre. Sul suo balcone qualche timido fiorellino cercava di resistere alla sua mancata cura. La strada era ancora silenziosa. Solo una donna rientrava da lavoro e, con aria frettolosa, attraversava la strada per infilarsi rapida in un portone. Un raggio di sole cercava di fendere quel muro di ovatta, ma la sua luce pallida metteva solo tristezza. Il giorno stentava ad arrivare, mentre i pensieri si rincorrevano veloci nella sua testa. Si aggirava per casa avvolta dall’afa, mentre una goccia di sudore attraversava il suo collo umidiccio. Odiava l’estate. Odiava sentirsi appiccicosa e con i vestiti perennemente incollati addosso. L’estate le regalava un costante malumore.
Non era stata sempre così forte, la sua avversione. Un tempo le sue giornate estive le trascorreva in giardino a leggere. Aveva una sedia a sdraio di tela verde e blu di quelle piccole, adatte ai bambini. Gliel’avevano comprata per la pennichella all’asilo. Era talmente parte di lei che aveva continuato ad usarla fino alle scuole medie. La posizionava all’ombra della pergola e subito si catapultava nei mille mondi fantastici dei suoi libri. Ogni tanto la gatta del vicino le faceva compagnia. Sentiva la ghiaia bianca scricchiolare sotto le zampette dell’animale e, per qualche minuto, distoglieva lo sguardo dalle pagine e sorrideva a quel musetto impertinente. Non si fidava molto dei gatti. Troppo indipendenti e dal graffio facile. Quella gattina, però, le stava simpatica con quella macchia nera sul lato destro del viso che incorniciava l’occhio verde smeraldo. Smetteva di leggere solo quando la luce si faceva più debole e l’aria di montagna si rinfrescava troppo. Saliva al piano di sopra, si cambiava, prendeva un giacchino e, quando non usciva per un gelato, tornava alla sua postazione per aspettare il miracolo delle lucciole. Tante piccole lucine danzanti che accendevano la sua fantasia. Forse per questo da piccola non aveva mai fame. Non voleva perdere neanche un attimo di quelle giornate magiche in cui il silenzio le era amico e il caldo sopportabile. Forse sapeva che tutto sarebbe finito troppo presto e quelle giornate lunghe ed apparentemente noiose, non sarebbero mai più tornate.
A distoglierla dai suoi pensieri, il trillo del telefono. Non aveva risposto. Non aveva voglia di rogne e a quell’ora del mattino poteva trattarsi solo di rogne. Si era buttata sotto il getto della doccia quasi con rabbia. Avrebbe voluto rimanere ancora un po’ in quel limbo di ricordi, ma l’incantesimo si era spezzato e non le restava altro da fare che affrontare la realtà.

Kathia Giordano

25 luglio 2020 – © Riproduzione riservata

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