9 aprile, il ricordo di chi c’era

1969-18
IL MARESCIALLO
Trepidante ed emozionato il maresciallo De Marco alzò la cornetta del telefono con fare sicuro, ma che all’appuntato che osservava sembrò quasi goffo: “Sono il presidente Rumor, maresciallo De Marco due morti sono troppi. Si stanno sollevando le piazze di tutta Italia, stanno dando la caccia alla polizia. Lasciateli fare, non create ulteriori situazioni che ledano la popolazione che poi dopo torneremo alla normalità”.
Posò la cornetta senza aver quasi sussurrato niente e si asciugò con la mano una goccia di sudore. Congedò l’appuntato e si sedette per riordinare le idee. Ora la situazione gli sembrava più chiara, la polizia doveva lasciare Battipaglia. “Forse Mimì aveva ragione” pensò. Mimì [il sindaco Vicinanza, ndr] era un po’ fanfarone, ma un galantuomo, non poteva rischiare di mettere in pericolo altre vite dopo quella del giovane Carmine e della professoressa. Deglutì e gli parve di sentire ancora in bocca il sapore dello zolfo, colpa di quel lacrimogeno che quasi lo colpiva alla testa. Di quel momento ricordava solo i poliziotti che scappavano nei vicoli per difendersi dalla pioggia di pietre scagliate dai manifestanti ma non dai pesanti insulti che le casalinghe affacciate al balcone gli sputavano addosso. La vista improvvisamente si era annebbiata, i sensi lo avevano abbandonato. Si risvegliò poco dopo per colpa di un rumore assordante: la camionetta su cui era stato caricato veniva colpita da un enorme masso che quasi la cappottava.
Scosse la testa, deglutì di nuovo e guardò nell’altra stanza. C’era quel sindacalista, ancora tremava. Aveva dovuto dargli un paio di mutande pulite: per la paura se l’era fatta addosso. La folla lo aveva cacciato dal palco – quello allestito in piazza della Repubblica, proprio di fronte alla caserma – dopo che lui aveva detto “la nostra rivolta”. “Basta! Buffone, addò stiv tu aier?” urlava la gente mentre lo rincorreva. “Vogliamo fatti! Basta cu sti chiacchiere! Vogliamo lavoro!”
Era d’accordo, condivideva la protesta, ma il suo compito era quello di placare gli animi, di evitare che il tutto degenerasse e ci era riuscito solo in parte. Si ricordò di quel carabiniere… come si chiamava… ne aveva ben chiari i tratti ma non il nome. Forse in quell’attimo di paura lo aveva confuso con un altro, ma si ricordava bene di quel mitra strappato con forza dalle mani dello sciagurato, poco prima che sparasse sulla folla. “Ma che sei pazzo!” gli aveva urlato. Guardò fuori dalla finestra e scorse il palco che ancora fumava: avevano tentato di incendiare anche quello. Forse il peggio era comunque passato.

LA BAMBINA
Una nube di fumo proveniva da piazza della Repubblica. Eleonora guardò fuori dal balcone ma non lo aprì, il fratello e la madre gli avevano proibito di farlo. Erano due giorni ormai che era segregata in casa, senza andare a scuola, senza vedere nessuna amica, ma era contenta così: le piaceva mettersi davanti al televisore con la madre, il fratello, la sorella, i figli della signora Delle Donne, Riccardo, Corrado ed insieme commentare ciò che stava succedendo fuori a pochi passi da lei. Le piaceva aspettare che il fratello rincasasse e pendeva dalle sue labbra mentre lui raccontava della rivolta, dei guaglioni arrampicati sugli alberi mentre il sindaco Vicinanza parlava sul palco, dei resti di camionette della polizia bruciate per strada e dell’odore intenso di benzina che ancora si sentiva nell’aria. Un velo di malinconia le scendeva sul viso quando pensava a quel povero ragazzo freddato da un colpo… forse volontario? Prese carta e penna e provò a scrivere, a raccontare; avrebbe mostrato il tema alla sua maestra. Tuttavia ogni volta che poggiava la penna sul foglio sentiva un leggero fastidio al polso e delle fitte all’avambraccio.
Non era andata a scuola quel mercoledì  mattina 9 aprile. In città c’era una strana aria: i negozi erano chiusi, le solite persone davanti al bar non discutevano solo di calcio o di intrighi amorosi, ma erano agitati, frenetici e nessuno era andato a lavoro. Nessuno… tranne sua madre. Aveva paura di perdere il posto, una condizione di precarietà comune a molti, e così scese puntuale alle 7 di mattina e si avviò verso il pullman in direzione Pontecagnano, dove faceva la bidella in una scuola media. Eleonora era rimasta a casa, con la sorella Bruna ed un’amica. Era ormai ora di pranzo e la madre non tornava. Bruna era spaventata, aveva sentito rumori assordanti provenire dalla strada, urla, vetri spaccati e nubi di fumo che provenivano dall’imbocco autostradale, là dove sarebbe dovuta passare la madre.
Scesero per andare a cercarla, molta gente a bordo strada, urla, il caos. Si diressero impavide verso l’imbocco autostradale di via Belvedere e si ritrovarono il macabro spettacolo della camionette della polizia capovolte, bruciate, puzza che penetrava nelle narici e si fermava in gola. “Signurì jatevenne, a cca nun s’ pass!” disse un carabiniere sulla trentina. Preoccupate girarono le spalle e si incamminarono verso casa. All’altezza del ponte sul Tusciano alcuni manifestanti armati di pezzi di granito incrociarono gli agenti di polizia, partì la pioggia di pietre, le tre giovani in mezzo. Bruna vide un portone aperto, tirò la sorella violentemente a sé, entrarono e ancora si tenevano per mano. Un secondo dopo un sasso quasi sfondò il portone, Eleonora sospirò, si accucciò a terra e poi il vuoto. A sera si ritrovò a casa, sua madre era riuscita ad arrivare nel tardo pomeriggio: fuori pioveva, ma fortunatamente non erano pietre.

IL GIOVANE MILITANTE
Pioveva. Davanti alla sezione del Partito Comunista di Salerno Gerardo discuteva animatamente con i giovani della Fgci, con simpatizzanti o semplicemente giovani attivisti del movimento studentesco: “Là allo svincolo c’era un altro tipo di polizia che non avevamo mai visto: quella con i blindati, i caschi, gli scudi e con grande spregiudicatezza ci hanno detto di andar via, che non si poteva andare avanti perché Battipaglia era chiusa”.Ma che dici – controbatteva Fernando – nello sciopero fatto da noi a gennaio la polizia non ha usato mezze misure!”. Non era d’accordo. Non gli piaceva questa tendenza catastrofista dei giovani comunisti, gli sembrava troppo esagerato aizzare fuochi anche quando non c’era bisogno: in questo lui e gli altri ragazzi delle Acli e del cattolicesimo del dissenso si differenziavano dai filosovietici.
“Per forza che poi dicono che siamo maoisti e ci cacciano, anche se io di maoisti a Battipaglia non ne ho visto manco uno a parte Maiorano”. Risate.
Gerardo si incamminò verso casa, un’immagine gli si materializzò davanti agli occhi: guaglioni eccitati, altri forestieri come lui sbalorditi, tabacchine urlanti, carabinieri affaccendati e poi pali di legno ai quali erano state appese uniformi fatte a brandelli. Sotto, tra rottami di biciclette, catene e motori bruciati giaceva il cartello che si trova in tutti i commissariati italiani: “nello stato democratico la polizia è al servizio dei cittadini”. All’indomani  sarebbe dovuto tornare a Battipaglia dalla sua amata che in quello stesso momento era in pena per lui.

Grazie ad Antonio De Marco, Eleonora Grillo e Gerardo Giordano per le preziose testimonianze.
Ringraziamo Domenico Giordano per aver concesso molte delle foto pubblicate su questo numero.

8 aprile 2016 – © Riproduzione riservata
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